L’Intelligenza Artificiale come Mezzo, non Fine: Realtà percepita vs realtà virtuale

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La polemica che in questi giorni investe i media riguarda l’utilizzo dell’AI e il fatto che in alcuni casi viene percepita come una minaccia per l’uomo, soprattutto in relazione alla gestione dei dati e alla governance delle società.

È possibile l’utilizzo consapevole se l’innovazione tecnologica, attraverso l’AI, diventa un fine e non un mezzo.

Stabilire qual è il fine significa però anche prendere in considerazione e misurare la realtà percepita dall’uomo. È chiaro che l’intelligenza artificiale non aumenta la realtà, in quanto non sappiamo esattamente la percezione che abbiamo della realtà. Più che di un accrescimento, si tratta dunque di una simulazione di realtà che noi vogliamo percepire.

Pertanto la sua efficacia e il suo impatto dipendono strettamente dal contesto sociale e culturale in cui viene utilizzato. Ciò significa che il modo in cui percepiamo la realtà fisica, insieme agli stili di vita, modifica profondamente anche l’uso e la percezione dell’AI.

Allora utilizzare come mezzo l’intelligenza artificiale per un fine etico e virtuoso dei nostri stili di vita, significa stabilire quali sono i passaggi culturali che le comunità devono affrontare affinché le attuali società dei consumi possano essere trasformate in stili di preservazione dell’ambiente, della collettività e dei territori.

Dunque se percepissimo una realtà di questo tipo, sinceramente, non ci sarebbe alcuna minaccia da temere nell’utilizzo dell’AI.

Un’intelligenza artificiale che ha, invece, scopi diversi, e quindi di controllo e di egemonia su altre persone si riduce sicuramente ad una “deficienza artificiale”. I documenti dei principali paesi del mondo, circa una pianificazione e una programmazione di ciò che deve diventare l’AI, hanno come contenuto comune e trasversale finalità di influenza in aree geopolitiche, finendo per sostituire la dinamica finale virtuosa della preservazione delle società con un potere basato su sé stesso. In questo modo si lega lo strumento dell’Intelligenza Artificiale a quelle che sono le logiche di profitto e di sperequazione della distribuzione dei redditi nelle società.

Dunque, mettendo in ordine i termini della questione, certamente è da definire primariamente un aspetto fondamentale: se la scienza non tiene conto della coscienza, e dunque dell’etica, in effetti non fa altro che produrre “deficienza artificiale”, anche nel senso latino del termine “deficere” e dunque “mancare”, “venire meno”, poiché, in tal senso, viene meno il legame tra l’efficacia dello strumento AI e la virtù degli obiettivi per cui è applicata.

Se la realtà del mondo tangibile è corrotta, risulterà appunto corrotto anche l’utilizzo dell’AI, facendone emergere così un grosso limite legato alla realtà percepita e soggettiva. Se le priorità sociali e individuali sono distorte o mal orientate, l’AI potrebbe essere utilizzata in modi che non hanno come finalità il bene comune o che addirittura arrecano danno alla società.

In effetti, stabilire il fine ultimo e “giusto” di una realtà percepita, significa lavorare per plasmare questo tipo di percezione attraverso azioni e mediazioni culturali, linguistiche, politiche, in modo che lo stile di vita sia mirato alla preservazione del sistema mondo.

È essenziale, pertanto, che la società sviluppi una comprensione critica ed etica dell’AI non solo per sfruttarne appieno le potenzialità, ma anche per mitigarne i rischi e le implicazioni negative. Un approccio virtuoso all’AI richiede una profonda consapevolezza delle dinamiche sociali e culturali che influenzano il suo utilizzo.

Solo così potremo evitare che diventi una “deficienza artificiale” e garantire che sia un mezzo per il raggiungimento di obiettivi condivisi, di preservazione e di benessere collettivo.

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